MISTER SONCIN E QUEL PLURALE SOVRAESTESO AL FEMMINILE…

Ha fatto scalpore, nei giorni scorsi, quando mister Andrea Soncin ha usato il plurale sovra esteso al femminile, rivolgendosi al Presidente della Repubblica con la frase:”A nome di tutte noi”, includendo, appunto, nel plurale anche se stesso, senza però usare il comune maschile, trattandosi di un gruppo misto di uomini e donne.

Ma, al di là delle solite stronzate legate al sessismo, all’eterosessualità, all’omosessualità e chi più ne ha, più ne metta, probabilmente ha fatto scalpore solo in chi, del calcio femminile, non ha mai capito una mazza. E, nonostante l’incompetenza, continua a parlarne con giudizi, stavolta sì, sessisti e omofobi.

Allenare un gruppo di ragazze, un gruppo di calciatrici e farlo raggiungendo, come Mister Soncin, un livello di empatia e unione con la propria squadra fuori dal comune, è qualcosa che solo noi che alleniamo nel mondo in rosa possiamo capire.

Siamo noi, uomini tra le donne, a doverci adeguare e non viceversa. Siamo noi che dobbiamo entrare e capire il loro mondo, le loro esigenze, le loro emozioni, la loro sensibilità.

Siamo noi che dobbiamo comprendere i loro stati d’animo e le loro reazioni, che non saranno mai uguali a quelle degli uomini.

Un calciatore non piange in panchina perché ha causato un rigore, o perché, dentro di sé, percepisce di non essere stato all’altezza come sempre. Un calciatore non piange in campo perché ha sbagliato e ha preso gol, un calciatore non piange perché dopo una sconfitta viene deriso dall’altro sesso.

Una calciatrice, invece, riversa in campo ogni emozione, ogni briciolo di cuore e passione e lo fa senza filtri, senza barriere. Una calciatrice gioca contro se stessa, contro gli avversari, contro i pregiudizi. Una calciatrice gioca la partita più dura di tutte: quella dell’imbecillità altrui.

Dopo anni nel femminile so, pur con grande umiltà, cosa significhi per Mister Soncin parlare in un determinato modo, sentendosi parte di qualcosa di più grande di tutto.

Anche a me capita, spesso e volentieri, di usare quel tanto criticato plurale sovra esteso al femminile, ma non perché abbia bisogno di sfoggiare artefici linguistici, semplicemente perché mi sento parte del mondo delle mie ragazze.

Anche a me è capitato di piangere con loro per alcuni momenti difficili, extracalcistici, che abbiamo vissuto come squadra e come amiche di una compagna. Anche io, spesso, dico :”Siamo state brave o siamo state sottotono”, declinando il tutto al femminile.

Anche io, spesso, dico: “Non siamo ragazze normali, siamo pazze scatenate”, magari dopo un avvenimento simpatico e divertente.

Ma, soprattutto, al di là della declinazione di genere, quello che le ragazze avvertono è il nostro sentirsi a loro vicine. “Andiamo, facciamo, giochiamo, balliamo, ridiamo”; il segreto è l’uso del plurale come coscienza del noi che siamo, come squadra e come gruppo.

Potrei dire loro:”Andatevi a cambiare”, ma uso l’”Andiamoci a cambiare”, potrei dire loro “Andatevi a scaldare”, ma dico loro “Andiamoci a scaldare”. E’ il noi che fa la differenza, che sia esso sovra esteso o meno.

A loro ho lasciato la libertà di chiamarmi per nome, piuttosto che Mister, perché questo le fa sentire più vicine e sicure. A loro ho lasciato la libertà di preparare le partite, poco prima di scender in campo, ballando sulle note di una cassa portatile, perché questo le fa sentire meglio e non inficia la loro concentrazione.

Sono io che, da anni, mi sono dovuto adeguare a loro e non viceversa, perché è l’unico modo per allenare un gruppo di calciatrici e non di calciatori.

Quindi sì, anche io uso spesso e volentieri il plurale sovra esteso al femminile, anche se non ne ho mai fatto una questione linguistica. Piuttosto di gruppo, appartenenza, rispetto per la loro identità.

Sono io che entro e agisco in un mondo di donne, piccole o grandi che siano. Sono io che devo aiutarle a difendere una passione, quella per il calcio, senza che loro vengano derise e mortificate. Sono io che devo consolarle o riprenderle come fa un padre; ma posso farlo solamente abbattendo ogni barriera culturale e linguistica.

Solo chi allena una squadra femminile può capire cosa significa vivere ogni settimana con loro, vincere o perdere insieme e vivere insieme le stesse emozioni.

Il calcio è di tutti, si dice da sempre, ma ancora non abbiamo capito che non ha un sesso. E’ calcio, con principi e valori unici nel mondo.

Valori che non contemplano discriminazione e prese per il culo: quest’ultime, ve lo garantisco, non hanno colore o genere.

Colpiscono tutti, soprattutto chi parla solo per dare fiato alla bocca…

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